Prima di addentrarsi nei percorsi possibili in ambiente carsico è meglio spiegare il “carso classico”, ambito naturale ideale concepito oltre un secolo fa nel corso di una prolungata fase esplorativa e di studio delle lande rocciose e desolate che attorniavano le città di Trieste e Gorizia. (Duemila Grotte, nel titolo del primo catasto speleologico triestino). Prima di allora e prima della “Grande Guerra”, soprattutto per gli Italiani, il Carso non esisteva quasi e, se quello delle trincee non piacque per niente, introdusse però in Italia un concetto che trovò gran seguito nelle cronache dei corrispondenti dal fronte, corredate spesso dalle Illustrazioni dell’Inferno dantesco del Dorè.

Nel tempo, questo ideale terreno deserto percosso dalla Bora assunse dignità scientifica di unità geomorfologica, mentre un’oculata gestione forestale nei territori di Trieste e Gorizia ne studiò ed eseguì il rimboschimento con un progetto premiato “Grand Prix” 1900 all’Esposizione Universale di Parigi.

Non ostante i guasti della prima guerra mondiale dobbiamo quindi l’attuale copertura forestale a quelle provvide iniziative, in cui nel giro di trent’anni furono piantati quasi quindici milioni di “semenzali”, soprattutto pinus nigra, in qualità di pianta pioniera. Al goriziano Giuseppe Koller, ideatore delle “Commissioni di Imboschimento”, non sono stati eretti monumenti: ricordiamolo, attraversando un bosco in una torrida estate.

Favorita nella gestione successiva la conversione a boscaglia e in grazia dei mutamenti climatici, siamo oggi al punto che è la “landa carsica” a essere ricercata e riprodotta come relitto culturale e biotico di tempi andati. In questo quadro … verde da oltre un secolo, la struttura geomorfologica di base non può però cambiare: si definisce allora “Carso Classico” la porzione di territorio prevalentemente calcareo in forma di esteso altipiano anticlinale che si estende tra l’alta Istria, la valle del Vipacco, la pianura friulana e il golfo adriatico. Pur se di  modesta elevazione, il Carso ha espressioni imponenti sopra il Golfo di Trieste (falesie) e massima elevazione a NE, in territorio sloveno. Questo altipiano appare quindi compresso tra il sistema pre-alpino a NW e quello dinarico di  SE (oltreconfine) di cui assume l’andamento: la classificazione SOIUSA delle regioni alpine lo assegna perciò alla “Regione Mediterranea”. A tutti gli affetti vedremo anche camminando che si tratta di un territorio di transizione, di confini e quindi di contaminazioni. Questo già avverte che la percezione dell’ambiente naturale è soggetta al mutare del tempo e, per il “tempo” concesso a ciascuno di noi, soprattutto ai mutamenti climatici cui assistiamo. Né in questa scala dei tempi possiamo ignorare gli interventi dell’attività umana sul territorio, a volte “produttivi”, spesso profondamente invasivi verso la sua evoluzione o degrado.

Ecco quindi che questa grande unità geomorfologica carsica viene arbitrariamente e per comodità di studio suddivisa in settori, allo stato attuale prevalentemente amministrativi. Questioni di confine, dunque, e una ricerca sul significato del termine ci porterebbe troppo in là, magari per scoprire alla fine che “confine” non è un invenzione umana, ma testimonianza di contaminazioni culturali e biotiche tra le diverse specie naturali, quando finalmente interagiscono, per cui il nostro “carso unico” è suddiviso in Isontino,Triestino e Sloveno (e Croato, da qualche anno in qua).

Dal suo limite occidentale (pianura da cui siete arrivati) si incontra per primo il Carso Isontino che appare sin dall’autostrada con rilievi collinari boscosi apparentemente spopolati, sopra una piana tagliata da fiumi e densamente abitata. Le colline isontine hanno massima elevazione nel M. San Michele (275 m), posto all’estremo settentrionale dell’area, là dove nel fiume Isonzo confluisce da Est il Vipacco (Frigido, per la Storia). Da quella quota e verso SE esse digradano al mare con uno spessore medio di un centinaio di metri di roccia calcarea. Dal San Michele si possono osservare a E i rilievi del Carso triestino e il loro andamento “dinarico”, mentre il panorama domina a sud il Golfo e a ovest la pianura e le lagune costiere, dove come Carso isontino trova i suoi limiti naturali. Seguendo dal qui a Nord il confine provinciale con Trieste, il nostro limes convenzionale tocca  e segue poi il confine di stato per una quindicina di Km. Incontra così il corso del fiume Vipacco, torbido affluente di sinistra nell’Isonzo dalle acque smeraldine. Qui si chiude l’anello al San Michele, poco distante a W, grosso modo come faremo noi col nostro anello più esteso ma su un terzo di questa superficie. Parlando di fiumi e di acqua ricordiamo anche di riempire la borraccia, perché in tutto il Carso non esiste acqua sorgiva se non nelle rare pubbliche fontane. In territori così assolutamente aridi e rocciosi nel loro spessore, è impossibile prescindere e non conviverne l’ idrologia: recenti studi dimostrano che il piccolo altipiano “galleggia”  su immensi laghi d’acque di falda a un livello di poco inferiore al quello del mare, che non può invaderla. Qui alla fine Trieste e oggi Gorizia ricavarono l’acqua tanto necessaria al loro sviluppo, risorsa ricercata invano dai primi esploratori del Carso … classico. La manifestazione più eclatante di questa falda si ha nella zona di Doberdò, con un lago temporaneo molto legato alle piene stagionali dell’Isonzo e del Vipacco. L’aridità superficiale è senza dubbio la caratteristica comune dei terreni carsici dell’intero pianeta, e nel Carso isontino abbiamo le uniche manifestazioni superficiali dell’immensa falda acquifera su cui  l’intero carso classico galleggia, dopo esser stata avidamente “bevuta” nel suo sistema cosiddetto vadoso. Solo una piccola parte di quest’acqua segreta proviene però dalle precipitazioni atmosferiche sul carso (tra l’altro caratteristico per una piovosità piuttosto bassa): le piogge ovunque vengono presto drenate in profondità per mescolarsi agli imponenti “spandimenti” dei fiumi che, contornandolo, entrano in contatto al suo piede.

Segrete linee drenanti di un antico sistema fluviale convergono da … tutti i Carsi e affiorano poi presso il mare e nel contatto col nostro Carso isontino, dove a volte si mescolano (sorgenti Sardoc), e nelle “bocche” del Timavo, testimoni che anche il Carso triestino galleggia, con uno spessore medio di quasi trecento metri di roccia, sulla sua falda. Qui si manifesta uno dei grandi misteri del carsismo e, col grande rispetto che i Romani avevano per le risorgive, senza tanti studi se ne accorse anche Virgilio, alle prese con la via Gemina: ”Fontem superare Timavi, unde per ora novem vasto cum murmure montis”….

I percorsi che si intrecciano nel settore collinare del Carso isontino non danno manifestazioni eclatanti di superficie (grotte) se li confrontiamo al settore centrale del Carso triestino: lo spessore ridotto del manto roccioso riduce la possibilità di fenomeni terebrativi imponenti, le doline (conche dissolutive per di più alberate nel fondo, se non utilizzate a … patate) non sono mai molto estese (con le dovute eccezioni). La copertura vegetale produce suolo e colonizza i residui Karren (campi solcati tipici del carso classico) ma favorisce un’agricoltura di nicchia capace di dare molte soddisfazioni, un buon bicchiere di vino Terrano e prodotti “doc” dell’allevamento a terra. Non mancheranno incontri col “potenziamento produttivo” tipico della nostra era (agroindustria), e con essi l’ interrogativo che ciò pone alla voce conservazione ed equilibrio biologico. L’accoglienza verso l’ospite è stata favorita dalla buona indole degli abitanti: dopo aver subito varie dominazioni, due guerre devastanti e un’interminabile “guerra fredda” col prolungarsi dell’assurda Cortina di Ferro che divise a mezzo l’Europa, essi finalmente vivono in pace con se stessi e coi … cittadini, che qui attingono momenti di svago e ristoro con spesa moderata. La forma più tradizionale e bella di questa accoglienza avviene nelle “osmizze” (privade, in Friuli), segnalate da una fronda alla porta di locali sommariamente arredati  per la mescita. Il nome deriva da Osem (sloveno: otto) e in tempi arcaici era il numero di giorni consecutivi in cui al “produttore feudale” era concesso vendere i frutti del suo lavoro, su cui il feudatario aveva per il resto del tempo l’esclusiva. I turni sono un po’cambiati, l’osmizza devi prenotartela e il colono servo s’è emancipato (anche qui ha dormito Napoleone!), ma la “roba” è sempre (più) buona.

Ci vuole insomma rispetto, di se stessi e della terra che calpestiamo, cosa che è purtroppo mancata in questi luoghi percossi sistematicamente da offensive e controffensive di contrapposti eserciti in una guerra per noi “di redenzione”, per i residenti di disperata difesa delle loro povere cose. Battaglie dell’Isonzo, dalla prima all’ultima, in due anni e più di cruenti massacri testimoniati dall’approfondirsi delle trincee di protezione delle misere esistenze umane, dai segni degli estenuanti bombardamenti d’artiglieria che precedevano e chiudevano assalti e contrassalti. Incontreremo un caos di solchi nella roccia e nel paesaggio, oggi rivisitati in funzione commemorativa e disincantata di quell’assurda … mancanza di rispetto.

© 2023 by The Voice Project. Proudly created with Wix.com

This site was designed with the
.com
website builder. Create your website today.
Start Now