Il ponte sull’Isonzo

Costruito intorno alla metà del XIX secolo nello stesso luogo di un precedente manufatto, il “nuovo” ponte di legno fu una costruzione di vitale importanza per Sagrado. Insieme alla stazione ferroviaria ed al castello Alimonda favoriva un costante flusso commerciale e turistico all’interno del paese. Il primo Dicembre del 1914 l’Amministrazione austriaca inaugurava un nuovo ponte costituito da tre grandi arcate in ferro e da piloni in cemento armato e pietra; Una costruzione pensata per durare nel tempo, sfortunatamente però, gli eventi della prima guerra mondiale portarono alla distruzione del ponte dopo nemmeno sei mesi dalla sua inaugurazione. La guerra cominciò e con essa il tentativo di rimettere in comunicazione le due rive dell’Isonzo. Dopo una lunga battaglia, la prima di dodici di cui l’Isonzo ha dovuto rendersi testimone, le truppe italiane riuscivano a passare il fiume il 24 giugno 1915 per poi appostarsi sul carso dove daranno destinati a rimanere a lungo. Nel frattempo il comando italiano decise che per approvvigionare le truppe al fronte sarebbe stato necessario ripristinare l’originario ponte di legno, solo in parte danneggiato dall’esplosione che aveva distrutto il ponte nuovo. Successivamente si rese necessario riutilizzare anche quello che rimaneva del ponte di ferro per far passare i mezzi più pesanti. I lavori si svolsero molto velocemente tant’è che appena dopo un mese dal loro inizio, in data 20 Aprile 1919, il ponte di Sagrado veniva rimesso in funzione.

La Rosta

La rosta, una presa d’acqua dal fiume Isonzo, non serve unicamente il paese, ma tramite il canale irriguo “Dottori” fornisce acqua a tutto il territorio del monfalconese. La costruzione è ancorata alla sponda sinistra del fiume e si compone principalmente di una presa d’acqua, lo sghiaiatore, che dà sull’alveo del fiume, e la traversa di sbarramento, che si estende per tutta la larghezza dell’alveo. Come ci si può ben rendere conto, la rosta è una costruzione piuttosto importante per la campagna monfalconese. Già nel XVI secolo era presente una costruzione simile a quella odierna, realizzata però con diversi materiali. In quel tempo, oltre che all’irrigazione, l’acqua “rubata” all’Isonzo, serviva a fornire energia all’attività molitoria di Sagrado. Nel 1894 si iniziarono i lavori di rifacimento ed ammodernamento sulla presa d’acqua. L’opera veniva terminata ed inaugurata nel 1905. La prima guerra mondiale aveva danneggiato la rosta, la cui struttura è però rimasta intatta e dopo alcuni interventi di restauro è tornata efficiente come in precedenza assieme alle 5 centrali idroelettriche poste lungo il canale.

La Ferrovia Meridionale

Sin dal 1860, anno della sua inaugurazione, per accedere alle colline divenne necessario “sotto passare” il terrapieno ferroviario della linea Monfalcone – Gorizia, tronco della Ferrovia Meridionale austriaca tuttora attivo e raddoppiato. In tutto il suo sviluppo la struttura divenne poi supporto logistico di retrovia e le gallerie muniti rifugi. I primi cavalleggeri della Brigata Nizza impegnarono i sottopassaggi (che anche noi utilizzeremo) per presidiare Castelnuovo conquistato. In quel passare sono stati immortalati dai rapporti pittorici commissionati dal comando del Duca d’Aosta all’ artista irredento Italico Brass, goriziano, in una serie di preziose testimonianze. Non mancano (e abbiamo ricordato Ungaretti) altri illustri testimoni di quelle temperie: per il carso di Gradisca piace ricordare ad esempio l’alleato corrispondente militare Rudyard Kipling, con un volumetto propagandistico del 1917 (Il ventre di pietre).

Cippo Filippo Corridoni

Il possente Cippo Corridoni, il monumento dedicato a Filippo Corridoni, morto il 23 ottobre del 1915 proprio in questa zona durante la Terza Battaglia dell'Isonzo. L'opera si trova sul sentiero principale dell'Area delle Battaglie, a poca distanza dal cippo Brigata Sassari. L'opera è alta 23 metri ed è ben visibile anche da lontano. Il progetto dell’architetto Zanini di Udine fu sviluppato dallo scultore latisanese Francesco Ellero e venne richiesto direttamente da Benito Mussolini nel 1933 per commemorare il vecchio amico scomparso eroicamente (vd. alla voce Corridonia) e che non aveva mai avuto degna sepoltura. Eretto in periodo fascista, racchiude logicamente diversi simboli di quell'epoca che ancora oggi si possono vedere e facilmente riconoscere: la mano destra aperta in segno di saluto romano, l'aquila che guarda ad est ed il fascio littorio che si sviluppa quasi tutto lungo l'altezza del monumento.

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Cippo Brigata Sassari

In mezzo ad una radura circondata da un boschetto di pini e cipressi si erge il monumento in memoria al sacrificio della Brigata Sassari. La tenacia dei soldati sardi (la brigata aveva un reclutamento regionale) ebbe un ruolo fondamentale nella conquista della Trincea delle Frasche durante la Quarta Battaglia dell'Isonzo. Le truppe austro-ungariche rimasero molto impressionate e, complice il colore rosso delle mostrine che portavano al colletto, soprannominarono gli uomini della Sassari "Die roten Teufel" (i Diavoli rossi). Questa opera fu inaugurata originariamente durante il ventennio fascista ma, dopo la Seconda Guerra Mondiale, venne ricostruita e riconsacrata nel maggio del 1950 in occasione del Raduno Nazionale del Fante a Gorizia.
La lapide posta in cima è molto significativa. Qui infatti vengono ricordati il numero dei caduti tra il 1915 e il 1918 (13mila), quello dei feriti (18mila) e le varie onorificenze: 4 medaglie d'oro alla bandiera dei due reggimenti (151° e 152°), 9 medaglie d'oro individuali, 286 medaglie d'argento e 425 medaglie di bronzo.

La Trincea delle Frasche

Siamo nella cosiddetta "Area delle Battaglie", la zona in cui vennero condotti i primi attacchi italiani alla linea asburgica nell'estate del 1915. La zona è disseminata di camminamenti, trincee, fortificazioni e costruzioni austro-ungariche in seguito rimaneggiate dalle truppe italiane. Tra tutti questi resti si segnala la Trincea delle Frasche, uno degli ostacoli maggiori per i soldati italiani durante i suoi primi assalti. Venne scavata dall'esercito asburgico nei primi mesi di guerra e venne persa solo alla fine del 1915. Il nome lo si deve all'astuzia militare dei soldati ungheresi i quali utilizzarono dei rami per mascherarla e renderla meno visibile agli occhi degli osservatori e della ricognizione aerea. I resti che oggi si possono vedere sono perlopiù fortificazioni costruite dagli italiani fra l'autunno del 1916 ed i primi mesi del 1917.

Il “valloncello dell’albero isolato”

E’ un percorso utilizzato come passaggio tra la Quota 141 (Monte di Mezzo, soprastante l'abitato di Sdraussina) e la Cima Quattro del monte San Michele. Per la sua profondità e per le numerose cavernette artificiali venne considerato come una via d'accesso assolutamente sicura: i reparti italiani infatti riuscivano a restare al coperto dal fuoco nemico fino alla prima linea. Da qui, il 27 agosto 1916, Ungaretti data la sua celebre lirica "San Martino del Carso: allo sbocco del valloncello infatti si trovava un tronco d'albero ischeletrito allora ben visibile da ogni trincea. Il tronco fu asportato nel 1917 dai magiari e oggi è custodito nel museo di Szeged. Proprio da questa città vennero reclutati i soldati del 46° reggimento austro-ungarico che combatterono su queste cime fino all'agosto del 1916. Grazie a recenti lavori di disboscamento e di recupero, è possibile percorrerlo quasi interamente. La parte più interessante si trova dopo circa 250 metri: qui infatti si incontra un allargamento, chiamato durante la guerra "Piazzale Trieste", caratterizzato a sinistra da una galleria di circa 30 metri e a destra da alcune caverne collegate tra loro e poste su più piani. Poco distanti si trovano ancora i resti di una costruzione, molto probabilmente adibita a posto di comando da parte dell'esercito italiano.

 

Cannoniere del San Michele (museo)

Galleria Cannoniera della Terza Armata, un complesso sotterraneo formato da più tunnel scavato dalla 20° compagnia del genio minatori tra il settembre del 1916 ed il giugno dell'anno successivo all'interno della Cima 3.
La galleria è articolata su due rami principali e fu inizialmente voluta per ospitare otto cannoni di medio calibro (da 149 mm). I tunnel permisero il piazzamento di sei bocche di fuoco orientate verso nord, su Gorizia e la Valle di Vipacco, e due verso sud-est, sul Carso di Comeno ed il Monte Ermada. Da questa posizione riuscivano a colpire sia le prime linee difensive austro-ungariche che le retrovie, dove si trovavano i centri di riposo e rifornimento.

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